Donne, Natalità e lavoro in Italia: quali problemi e alcune soluzioni

0 1 anno ago

Il problema del lavoro in Italia è legato a vari aspetti: sicuramente, uno di questi è il fattore anagrafico. L’età media italiana è 45,2 anni (Istat) con 46 anni al Nord e 44 al Sud. In pratica, siamo un Paese vecchio, quasi al limite dell’età in cui è biologicamente possibile avere dei figli. 

L’età media della madre è di 31,9 (Istat qui) .A differenza della mentalità, degli stili di vita e dell’estetica, la biologia del corpo segue standard abbastanza rigidi. Maggiore è l’età delle donne più si riduce la fertilità, fino a che non si arriva all’incapacità di avere figli (menopausa). La tecnologia e scoperte mediche aiutano a rimandare la fase di sterilità, ma fino ad un certo punto. I singoli casi eccezionali di certo non impattano sulla normalità.

Chi fa i figli in Italia?

Sicuramente a fare figli in Italia sono gli stranieri, che tra l’altro sono anche quelli che ci pagano le pensioni.

Il motivo?

Gran parte degli stranieri arriva in Italia da adulto o da giovane, dunque fase di fertilità. Una volta insediato in Italia, tendenzialmente inizia un’attività lavorativa, facendo lavori che gli italiani non vogliono o non possono fare  qui la fonte). Lo stranieri, quindi, in questo modo non ha gravato sul sistema italiano di welfare (scuola, ospedali per bambini ecc.), bensì paga i contributi e le tasse, ossia le pensioni italiane. Inoltre, gran parte degli stranieri non rimane in Italia 40 anni, e quindi non arriva ad avere diritto alla pensione, ritornando al proprio Paese d’origine oppure spostandosi in un altro Paese.

Questo dicono i fatti, il resto sono chiacchiere da bar.

Quali condizioni sono necessarie per fare figli oggi in Italia?

Ci sono due motivazioni per cui una donna tendenzialmente fanno figli in Italia:

1.     L’estrazione sociale bassa, il contesto degradato con basso titolo di studio;

2.     Le donne che lavorano.

Ovviamente ci saranno delle eccezioni, ma il ragionamento è generale e basato sui dati e i fatti economici – non è una descrizione individuale, ma generale e media.

Fino agli anni ‘70 si facevano più figli in Italia, perché servivano braccia per l’agricoltura. Se ne facevano, ad esempio, 8: di questi 8 la metà erano donne e quindi non lavoravano e l’altra metà erano uomini. Di questi uomini molti ne uccideva la fame, carestie, malattie in giovane età. Se nel 1887 morivano circa 223.000 bambini entro il primo anno di vita e 176.511 tra 1 e 5 anni, nel 2011 il numero di bambini morti nel primo anno di vita è sceso a 1.774 e quello tra 1 e 5 anni a 310.  (qui).

Fare meno figli è una conquista culturale e di tenore di vita, in quanto la qualità premia rispetto alla quantità. I figli infatti sono diventati oggi un investimento che porta spese; non si punta più sulla quantità (la motivazione in passato era che molti figli sarebbero morti, purtroppo, prima di arrivare in età adulta).

Oggi fare un figlio vuol dire mantenerlo, istruirlo e provvedere a lui fino anche oltre i 30 anni, ossia quando avrà l’indipendenza economica. Un tempo a 15 anni eri uomo e dovevi andare a lavorare: in un secondo momento si sarebbe visto come sarebbe andata a finire e dove quell’uomo sarebbe arrivato nella società. Se ne hai uno solo di figlio oggi lo puoi “gestire” economicamente, ma se ne fai 4 rischi molto probabilmente di cadere nella povertà.

Quindi, generalmente, nei contesti disagiati e ignoranti si tende storicamente a fare figli anche perché si hanno culture più chiuse e con maggiore ignoranza sui metodi di prevenzione. La nostra società nei decenni è evoluta in modo positivo, puntando alla qualità e non alla quantità per i motivi sopracitati. Questo è accaduto a tutti gli Stati “civili” e “avanzati”, anche non occidentali come il Giappone.

Perché le donne italiane fanno pochi figli?

Sicuramente parliamo di donne adulte, visto che l’età media è praticamente 32 anni. La domanda che andrebbe posta è: perché le donne giovani non fanno figli?

La risposta è piuttosto evidente.

Gli studi ci dicono che non fanno figli perché o non hanno un lavoro oppure perché i contratti lavorativi sottoscritti sono essenzialmente di precariato. Solo dopo i 30 anni si può iniziare a pensare di aver quel minimo di stabilità che possa far considerare come sostenibile economicamente l’idea di avere un figlio. Pensare di avere figli con il solo “maschio” che lavora è oggi una follia dal punto di vista economico: è ormai finito il mondo delle illusioni, in cui le donne dovevano stare a casa e l’uomo lavorava, bastando al sostentamento della sua famiglia.

Questo avviene grazie:

1.    Grazie all’emancipazione;

2.    Grazie alla maggiore educazione delle donne, che oggi hanno più possibilità di formarsi;

3.    Grazie al fatto che un solo stipendio di condanna alla povertà in due, peggio ancora se si prendono in considerazione i figli. Addio padre di famiglia stile anni 50.

Una ricerca dell’Istat nel 2012 ha fatto emergere come il 77% delle donne ha dichiarato che la crisi finanziaria abbia influenzato aspetti della vita privata.

Nello specifico, una parte di queste donne ha specificato di aver ridimensionato la progettualità familiare e di rinunciare oppure rimandare l’idea di avere un figlio (il 21% di questo gruppo) (ISTAT 2012 cfr Rapporto sulla popolazione, Il mulino).

Dunque, le donne che lavorano e si stabilizzano sono quelle che poi probabilmente ragionano sulla sostenibilità economica e solo in un secondo momento decidono di fare figli che possono mantenere. Questo perché esse possono “permetterseli”, assicurandogli una vita dignitosa e senza finire nel baratro della povertà. Infatti, nel 2012 le neo-mamme che erano occupate e avevano un lavoro erano il 62,8% (Istat).

Una possibile soluzione al problema della fertilità

Risolvere il problema del lavoro femminile è una soluzione alle problematiche della scarsa natalità. In questo senso, sicuramente una strada da percorrere è quella di fare discussione sulla discriminazione contro le donne nei luoghi di lavoro, seguendo logiche agghiaccianti e da 1800. Qui ho scritto un articolo specifico contro la discriminazione sulle donne.

1) Basta discriminazione durante i colloqui

Basta chiedere se le donne con cui si svolge il colloquio siano sposate, con figli ecc. o effettuare discriminazioni da parte di colleghi e superiori, direttori risorse umane e proprietari/imprenditori. Nel caso ne siate vittima di discriminazione durante un colloquio di lavoro potreste segnalarlo con un post su Linkedin o una recensione sul profilo aziendale su Indeed.

2) Favorire la diffusione della lingua inglese in italia, specialmente tra le donne.

Questo è un elemento sempre più richiesto nel mondo del lavoro e serve anche per poter accedere a lavori o corsi stranieri. Ci sono anche corsi online gratuiti che possono essere un ottimo punto di inizio.

3) Diffondere le modalità di lavoro in remoto

Implementare il lavoro in remoto per permettere di lavorare anche a donne che vivono in zone meno “produttive” del Paese permetterebbe l’accesso al lavoro a più donne, visto che i lavori in remoto sono principalmente intellettuali e non fisici. Se vi chiedete dove trovarlo, ho scritto una guida qui.

4) Affermare ulteriormente la modalità di lavoro smart nelle aziende

Lo smart working è una modalità di lavoro intermedia, in cui alcuni giorni della settimana lavorativa viene data la possibilità di lavorare da casa. Questo processo favorisce le donne, in quanto permette loro di aumentare la compatibilità tra vita lavorativa e privata. Molte ricerche evidenziano quest’importante beneficio del lavoro smart: “il bilanciamento tra vita privata e lavoro è aumentata in media del 6,6%. Per le donne l’incremento è stato del 7,9% contro il 5,4%” degli uomini (qui). Va preteso dalle aziende e i dipartimenti di risorse umane, a costo di iniziare a cambiare azienda in base alla presenza o meno di questa possibilità.

Va tenuto in considerazione che questo è un aspetto essenziale, perché molte donne devono decidere se badare alla famiglia oppure se intraprendere una carriera. Questo accade ancora oggi, purtroppo perché in Italia ad occuparsi dei figli, genitori anziani, disabili sono spesso figure femminili dette per l’appunto CareGivers (donatrici di cura letteralmente): “un lavoro da donne” sottostimato e non pagato. Basti pensare che da recenti ricerche pare che si prendono cura dei familiari ben 9 italiane su 10 (qui). Va preteso dalle aziende e i dipartimenti di risorse umane, a costo di iniziare a cambiare azienda in base alla presenza o meno di questa possibilità.

5) Crescere ragazze sicure e da stimare

Basta con queste logiche retrograde della donna a casa ed educata così dalle famiglie!

Le donne devono essere più sicure di sé, avere autostima ed indipendenza. Già prendere la patente e guidare è un primo passo; va poi superato il sessismo basato sulle chiacchiere da bar sulle donne al volante. Infatti, sono gli uomini a fare gli incidenti con maggior frequenza (75% degli incidenti in italia è commesso da uomini qui).

Uomo al volante pericolo costante?

Il processo sarà complesso, ma individuare i problemi e lavorarci può servire per vedere il prima possibile dei risultati e rendere l’economia dell’Italia migliore e più sana. Dipende anche da noi e quali valori portiamo avanti. Gli altri Paesi civili sono molto più avanti di noi, quindi un miglioramento è assolutamente possibile e realizzabile.

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