7 Pregiudizi sul lavorare in remoto e smart working da sfatare

0 1 anno ago

Oggi vorrei trattare alcuni pregiudizi sul lavorare in remoto o modalità smart working. Inserirò anche qualche riflessione e dato per smentire questi stereotipi dannosi e tendenzialmente falsi, che rallentano la diffusione di questa modalità di lavoro e ci rendono un Paese culturalmente arretrato o periferico.

1) Lavorare da casa è “lavoretto” poco dignitoso

Molte persone associano il lavorare da casa a lavori secondari o poco dignitosi, di serie B. Il razzismo sul lavoro è stupido a priori, ogni lavoratore merita rispetto e dignità. Aggiungerei che i sostenitori del lavoro “tradizionale” da impiegato in ufficio deve avere un minimo di onestà intellettuale. Infatti tutta questa “dignità” degli uffici/lavori tradizionali viene smentita dai lavoratori stessi in Italia. Non a caso lo scarso equilibrio tra vita privata e lavorativa è uno dei motivi per cui si vuole cambiare lavoro. Una ricerca Randstad ci dice che riguarda ben il 39% dei lavoratori (qui).

Una persona che non riesce a vivere serenamente la propria vita privata a causa del lavoro, non mi sembra che faccia un lavoro che definirei dignitoso, se nega la qualità della propria vita.

2) Lavori in remoto sono per piccole aziende “sconosciute”.

Questo è proprio contrario alle realtà, soprattutto quella italiana. Il lavoro in remoto e anche lo smart working sono adottate principalmente da grandi aziende, perché hanno un numero di dipendenti più elevato e sono più propense alle novità tecnologiche.

Inoltre spesso le aziende più grandi sono anche più digitalizzate e dunque hanno delle infrastrutture migliori per gestire il lavoro in remoto o in smart working. Infatti gli smart worker in Italia nel 2018 erano 480.000 e la maggior parte lavora in grandi aziende (qui un approfondimento).

Spesso su Linkedin o su Instagram (@lavorosmart) ho pubblicato annunci di Amazon solo per fare un esempio a me vicino. Non credo che possa essere definita “una piccola azienda”, con tutti i pro e i contro che esistono.

3) Lavorare in remoto significa non lavorare

Questo è un aspetto molto importante, il lavoro in remoto ha una caratteristica specifica, cioè: deve essere in qualche modo misurato in modo chiaro e condiviso con il lavoratore.

Questo approccio in realtà vale per tutti i lavori, solo che abbiamo spesso classi dirigenti poco attente ai numeri. Quanti dirigenti stabiliscono i KPI (indicatori che registrano le perfomance dei lavoratori) per verificare i risultati?

Un approccio data oriented è sempre usato per scegliere una politica o azione? Spesso no, anzi le decisioni si basano sulle “poco scientifiche” sensazioni o a volte sul volo degli uccelli come gli antichi romani. Ci vorrebbero meno profeti e più manager!

Nel lavoro in remoto puoi usare grossomodo due modalità: lavorare per obiettivi o misurare le performance anche sulla base del tempo.

In pratica si stabiliscono degli obiettivi che deve raggiungere, ad esempio 10 pratiche amministrative in un mese, e poi a fine mese vedi se le ha conseguito l’obiettivo.

Oppure monitori l’effettivo lavoro in remoto, controllando i dati di riferimento. Per esempio controllando se la persona quella settimana è stata connessa le 20 ore previste dal contratto.

Qualcuno dirà “eh ma si può imbrogliare”. Vero, ma cosa credi cambi rispetto ad un lavoro fisico in cui la persona è parcheggiata 8 ore nell’ufficio senza far niente. Chi non ha mai trovato o conosciuto lavoratori/colleghi così? Poco motivati e parcheggiati alle scrivanie?

Se la logica è di imbrogliare è ugualmente applicabile anche nel mondo reale o offline. Non c’è dunque una discriminante, anzi con il lavoro in remoto puoi monitorare precisamente quello che è il lavoro effettivamente svolto in maniera piuttosto chiara.

Consiglio dunque sempre una logica intermedia con un fisso basato sulle ore e con dei risultati basati sugli indicatori.

4) Con il lavoro in remoto si guadagna poco

Questa percezione deriva dal fatto che spesso di pensa al lavoratore in remoto come uno stagista o un libero professionista che “lavoricchia”. Ci sono anche i lavoratori in remoto o in smart working dipendenti e lo fanno con il grado di Manager.

La domanda vera è un’altra: in Italia si guadagna bene nel lavoro “ordinario”? A priori dallo smart working o lavoro in remoto, nella vita lavorativa “offline” o “tradizionale” si guadagnare bene? Non credo che i salari siano soddisfacenti.

Sempre lo studio di Randstad ci dice che in Italia: “Il 46% dei lavoratori intervistati dalla ricerca ha ammesso che il motivo principale che li spinge ad andarsene da un’azienda è il compenso non adeguato, sia rispetto alla propria professionalità, che alle realtà esterne.” (qui). Credo siano pochi quelli che non si aspettassero una motivazione del genere.

Almeno con lo smart working sia le imprese che le persone hanno dei vantaggi nella riduzione dei costi e sulla produttività. Sei meno stressato perché devi prendere meno i mezzi pubblici o l’auto e non paghi i costi di trasporto. Dal lato aziende i vantaggi sono: sulla produttività, riduzione turn-over, permessi straordinari. Molti studi l’hanno evidenziato, ecco qui un semplice articolo del Corriere che riprende uno studio fatto dalla Bocconi (qui)

5) In remoto esiste solo Telelavoro e telemarketing

Questo è assolutamente falso. Il lavoro in modalità remota può riguardare lavori estremamente seri e variegati come settori. I principali sono sicuramente quelli nel digital (grafica, social makreting, e-commerce) e nell’informatica (programmatori, UX), ma anche assistenti virtuali (segretarie online), insegnanti, assistenti tecnici (riparazione caldaie, telefonia ecc.). Circa i livelli professionali troviamo annunci da stagista, assistente perito, freelancer ma anche di manager.

6) Lavoro in remoto solo con partita IVA

Falso esistono moltissimi lavori anche da dipendenti. Questo vale soprattutto se lavori in remoto per grandi aziende o per aziende straniere. L’abuso della figura del libero professionista (che in alcuni casi camuffa il lavoro da dipendente) è un aspetto molto frequente in Italia, che registra 5,3 milioni di lavoratori autonomi, oltre la media Ue (Fonte Istat, approfondimento qui). Le logiche del remoto trascendono i confini nazionali e finché si lavora in Europa grossomodo non ci sono troppi problemi, se non quelli di imparare la lingua inglese. Quest’ultimo aspetto permette di accedere a molti più lavori.

7) In Italia non si fidano dunque non trovo niente

Il fenomeno è piuttosto nuovo, dunque in rapida evoluzione. Nel 2018 abbiamo registrato in Italia “un aumento del 20% rispetto al 2017, e un’incidenza che tocca ormai il 12,6% del totale degli occupati”. Non è un caso visto che le aziende sono le prime a vivere dei benefici dello smart working. Dalle ricerche emerge che “l’Osservatorio del Politecnico di Milano stima “un 15% di crescita della produttività, ai lavoratori (miglior equilibrio vita privata-lavoro) e alla collettività, in termini di minore inquinamento dell’aria in virtù della riduzione degli spostamenti. ” (qui)

Non è tutto oro quello che luccica sicuramente, ma i vantaggi sono notevoli e per far decollare ulteriormente questa modalità di lavoro è necessario diffondere la sua conoscenza e iniziare a pretenderla dalle aziende. Conoscere un concetto è il primo passo per applicarlo o realizzarlo. Qui trovate una mia guida in cui spiego dove trovare annunci di lavoro in smartworking o in remoto.

Dipende anche da noi e dal nostro senso di responsabilità. Siate eroi di voi stessi.

#BeYourHero

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